
|
ROVETTA 1945 – 2003
Il cimitero di Rovetta è situato poco fuori
dell’abitato, a poche centinaia di metri dalla prime case, e ad
esso si giunge tuttora percorrendo la strada che porta a Clusone.
Lungo quel cammino i prigionieri vennero scortati a gruppi di
dieci e quindi raccolti all’ingresso del luogo sacro. Qui fu
effettuata la suddivisione in due gruppi: venticinque legionari
vennero inviati cinque per volta verso il lato nord est del
cimitero, dove li attendeva il plotone di esecuzione comandato
da Battista Torri. Fulmine. I restanti diciotto, con le stesse
modalità, fecero il giro dal lato opposto fino ad arrivare al
muro p e r i m e t r a I e posto a nord ovesi, dove erano attesi
dai partigiani di Bartolo Gusmeri, Caserio. Il trattamento
riservato ai legionari fu particolarmente impietoso. Ai
fucilandi venne impedito di accostarsi al sacramento della
confessione e a Don Bravi non restò che impartire una Generica
assoluzione collettiva.
inoltre, prima di essere portati dinnanzi al plotone
d’esecuzione i prigionieri furono costretti a togliersi gli
scarponi e la giubba, indumenti che i partigiani provvidero a
spartirsi fra loro (1). Nessuna traccia è invece rimasta dei
beni personali dei soldati, portafogli, denaro, orologi ed
oggetti d’oro, che sono letteralmente spariti nel nulla e mai
più riconsegnati alle famiglie (2). Gli stessi plotoni di
esecuzione approntati per l’occasione non rispondevano peraltro
ai requisiti di massima che erano soliti caratterizzare quelle
drammatiche incombenze; anche in questo la strage di Rovetta
volle distinguersi in senso negativo da altri episodi analoghi.
Infatti, i partigiani incaricati di sparare ai prigionieri sul
lato nord-est erano muniti di una potente MG 42, una
mitragliatrice in grado di martoriare e deturpare con estrema
violenza i corpi dei condannati (3).
Quell’improvvisato e inedito plotone d’esecuzione poteva essere
composto solo da un tiratore e dal suo servente, addetto al
munizionamento dell’arma, ma al pezzo vollero succedersi diversi
partigiani, con il Torri che si era attribuito il compito di
procedere al colpo di grazia. Ma anche in questo la fucilazione
di Rovetta desta sconcerto e amarezza: la triste e pietosa
operazione del colpo alla nuca era stata sostituita da Fulmine
con una brutale sventagliata di mitra alla testa (4). Sul lato
nord ovest del cimitero la procedura si svolse invece come da
copione, ossia con l’utilizzo delle Consuete armi automatiche.
Le uccisioni presero avvio verso le undici e dopo un’ora circa
tutto era finito. Il cerimoniale usato per l’occasione aveva
seguito un suo macabro rituale. Se al sottotenente Panzanelli
era stato riservato l’onore di essere ucciso con il primo
gruppo, il ventenne Giuseppe Mancini fu costretto ad assistere
alla fucilazione di tutti i suoi camerati prima di essere a sua
volta eliminato.
Il giovane sergente si era conquistato crudele trattamento in
quanto figlio di Edvige Mussolini, sorella del Duce. Una volta
scoperta quella illustre presenza tra i prigionieri, i
partigiani avevano pensato bene di celebrare a modo loro
l’evento. Stando alle testimonianze degli stessi fucilatori, il
giovane Mancini sopportò l’ultimo affronto con una dignità ed un
coraggio fuori dal comune: prima di cadere sotto i colpi nemici
saluta a voce alta i legionari caduti offrendo il petto alla
scarica fatale (5). Il contegno dei giovani fascisti. che si
apprestavano a morire avendo tra i quindici e i ventidue anni,
se non impietosi per nulla i partigiani della “Camozzi” e della
‘13 martiri”, destò una profonda impressione in don Bravi,
presente sul luogo della strage. La ricostruzione seguente è
contenuta in una lettera scritta dal parroco di Rovetta al
colonnello Banci, padre del legionario quindicenne Carlo: “Là al
cimitero tutti piangevano e io in mezzo a loro. Ma poi dovetti
prepararli”.
Fecero le cose bene. Non piansero più: vuol credere unica
preoccupazione fu quella di scrivere l’indirizzo preciso dei
parenti e di raccomandazioni di celebrare la S. Messa per loro.
Del suo figliolo ricordo questo particolare: dinanzi a
quell’indemoniato che comandava, trasse fuori la fotografia del
papà e disse: sono figlio unico, mio papà è prigioniero in
India, lasciatemi vivere!
Ed io andai vicino a quel mostro e lo supplicai di risparmiarlo,
ma questa bestia (non merita altro nome) mi rispose: “peggio per
suo padre!”
Morirono da forti senza piangere, senza maledire, come avevo
loro insegnato. Tre o quattro volte sono stato lì a due passi e
sono stato meravigliato nel vedere tanta forza e tanta
rassegnazione. Erano innocenti. Molto tempo dopo, vedendo che
nessuno si interessava, mi sono recato dal Procuratore dello
Stato ed ho fatto la denuncia regolare; ma temo che ancora non
siano stati inviati gli atti di morte. C’è un silenzio voluto
intorno a questo delitto!” (6).
Tratto da ROVETTA 1945 - Storia di una strage partigiana
Note:
1 - Secondo la deposizione resa dai carabinieri di Elusone
dall’ex partigiano Angelo Brambilla il 23 gennaio 1949, fu lo
stesso Brambilla ad impadronirsi della giubba del S.ten
Panzanelli assieme ad altri capi di vestiario. L ex patriota
Santo Stabilini ha asserito che gli stivali dello stesso
Panzanelli furono sfoggiati per le strade di Rovetta da Raimondo
Marinoni, futuro sindaco del paese. Taa, Rovetta 22 maggio 1999.
2 - Raimondo Marinoni ebbe a dichiarare ai carabinieri di
Clusone in data 4 febbraio 1949 che tutti i beni dei militi
fucilati furono da lui raccolti e consegnati al parroco di
Rovetta don Bravi.
3 - La mitragliatrice MG 42 calibro 7,49 di fabbricazione
germanica, costituì l’evoluzione del precedente modello MG 34.
Si trattava di un’arma d’appoggio per la fanteria
particolarmente temuta per la sua potenza e per l’elevata
celerità di tiro (circa 1800 colpi al minuto). Montata su
treppiede e munita di telemetro di tiro, aveva una portata utile
superiore ai 1500 metri. A Rovetta quest’arma venne usata ad una
distanza di circa .5 metri dai condannati, producendo sui corpi
degli effetti devastanti.
4 - Esposto denuncia presentato al procuratore della Repubblica
di Roma dall’avvocato Giuseppe Balsamo, rappresentante legale
dei familiari delle vittime. il 1 febbraio 1949.
5 - Pietro Filisetti, dep. CC Elione, 6febbraio 1949
6 - Don Giuseppe Bravi, lettera inviata al Colonnello Banci il
12 agosto 1949
|