La Brigata ebraica che continuò la guerra mondiale

“Operazione vendetta”. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale soldati della Brigata ebraica inquadrata nell'esercito britannico avrebbero ucciso decine di militari nazisti, soprattutto sul confine italo-austriaco. Una vicenda raccontata per la prima volta dal documentario “Nelle nostre mani. La storia segreta della Brigata ebraica» che è stato trasmesso ieri sulle reti televisive statunitensi.
La Brigata ebraica è un reparto leggendario in Israele: ha fornito i quadri delle forze armate nella guerra del '48 e permesso a 250 mila ebrei di lasciare l'Europa. Venne composta nel '44 raccogliendo giovani nati in Palestina e altri provenienti dalle nazioni occupate dal Reich. L'unità, forte di 5.500 uomini, nel marzo del '45 sfondò le difese tedesche sul Senio, nei pressi di Riolo. Dopo una rapida avanzata, con la resa germanica prese posizione nei pressi di Tarvisio. Ma secondo il documentario – basato su documenti e testimonianze dei veterani - per la Brigata ebraica la guerra non era ancora finita. I soldati avrebbero ricercato, individuato e ucciso numerosi militari nazisti: in gran parte si tratterebbe di SS. Lo scrittore Howard Blum ritiene che una quarantina di uomini della Brigata abbiano preso parte a queste missioni, uccidendo in meno di quattro mesi 125 tedeschi. I calcoli dei veterani invece fanno oscillare la cifra delle esecuzioni fra 50 e 200. “La nostra rabbia è cresciuta gradualmente - ricorda Johanan Peltz, 80 anni-. Siamo venuti a conoscenza nell'Olocausto solo quando abbiamo incontrato i primi superstiti. A quel putito la furia ha preso il sopravvento. Abbiamo scoperto una serie di criminali e li abbiamo eliminati. I nostri ufficiali hanno tentato di apparsi, ma non sonò stati ascoltati”.
Le esecuzioni sarebbero avvenute in Austria e in alcuni casi persino in Germania, con delle vere e proprie spedizioni punitive. Nel documentario non si citano uccisioni in territorio italiano. Alcune testimonianze locali descrìvono la Brigata impegnata nella caccia ai collaborazionisti anche in Romagna, senza però parlare di violenze.

Articolo di Gianluca Di Feo, Corriere della Sera, 27/04/2000