L’Onore d’Italia in poesia
 

Da questo numero pubblichiamo alcuni sonetti tratti da “Viva l’Italia - cinque giornate disperate e belle de quer settembre der ‘43” di Mario Castellacci (Editrice Tau).
Si tratta di un racconto composto da 29 sonetti, ambientato nel quartiere romano di San Giovanni, che racconta la storia di un gruppetto di studenti che si arruolarono nelle fila della RSI.
Episodi analoghi accaddero in altri quartieri romani e in ogni altra città d’Italia, su su fino all’Istria e a Zara, già fra l’otto e il 13 settembre, giorni in cui fu annunciata la liberazione di Mussolini dalla prigionia del Gran Sasso.
La guerra era ormai persa. Restava solo un estremo tentativo di riscatto: che una parte almeno degli italiani mostrasse di volerla perdere con onore. Mario Castellacci è nato nel 1924 a Reggio Calabria. Nel settembre del ‘43 si arruolò tra i volontari della RSI per i quali scrisse la canzone “Le donne non ci vogliono più bene”. Dopo la guerra ha svolto la professione di giornalista. Nel ‘65 fondò a Roma con Cirri, Palombo e Pingitore, “Il Bagaglino”, dei cui testi teatrali e televisivi fu da allora coautore. Per il teatro musicale ha realizzato nel 1981 “Forza venite gente”. Sono sue le parole di alcune delle canzoni cantate da Gabriella Ferri. Nell’86 si è trasferito a Todi dove è deceduto il 4 dicembre del 2002.
 

I - Gli ultimi sopravvissuti

Quanti settembri, Peppe, so' passati
da quer settembre der Quarantatré!
Tu ciài settantasette anni sonati.
Io uno, pe' bon peso, più de te.

E l'amici via via ciànno lassati:
e Franco e Guido e l'artri. E' come se
giocassimo, vecchietti scojonati,
r moscaceca der Quannovievviè.

Semo rimasti fra de noi sett'otto
de cui certuni se po' dì che vive
già mezzi su la tera e mezzi sotto.

Passa er fiume. E noi stamo su le rive
aspettanno er momento de fa 'r botto.
No. Quarcuno 'sta storia l'ha da scrive.

NOTA - Peppe è il professor Giuseppe Sermonti.

II - Cantami o diva

Ce provo io, la mana che me trema
e 'na mordacchia in cima a le budella.
Perché conta 'na storia come quella
nun so' bignè de'pasta frolla e crema.

'Na storielluccia, ma che cià pe' tema
un'avventura disperata e bella
che si ce fusse Omero o Pascarella
magara ce farebbero un poema.

Io però nun ciò muse che me intona
ne santi spiratori a cap'a lletto.
Ar più pozzo fa un voto a San
Lumino

e principia, che Dio me lo perdona,
arubbanno l'attacco d'un sonetto
ar sor Belli Giuseppe Giuvacchino.

NOTA - II sonetto dei Belli è quello intitolato "Er dispotismo" (il XL nella raccolta curata dal Morandi i per l'edizione del 1870): "C'era 'na vorta un re, che ddar palazzo."

 

III - L '8 Settembre

C'era 'na vorta un re che dar palazzo
disse a un Badojo: "Firma l'armistizio!",
"E poi, Sire?". "Scappamo a precipizio''.
"E l'Italiani?". "S'attaccasse ar cazzo!".

E fu cosi che nacque er quadro a sguazzo
de quer famoso Giorno der Giudizio
in dove che Sempronio e Caio e Tizio
tutti coreva pe' sarvasse er mazzo.

Li tedeschi sparaveno ner mucchio
e le donne a strilla da le terrazze
e li nostri a 'nguattasse ne la fogna.

E laggiù, tra 'na rosicata e un succhio,
puro li sorci de le peggio razze
a disse fra de loro: "Che vergogna!”