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UN DURO SCONTRO
"Viveri: dovrà essere portata al seguito una giornata di viveri a sacco.
"Itinerario: Il reparto muoverà da Corteno e prendendo la mulattiera che passa per Doverio, raggiungerà la strada alle pendici del Monte Padrio che conduce a Motti del Laghetto e a Balia del Lago".
Quando i reparti, alle ore 8,30 del 23 febbraio, giunsero in vista della strada militare Aprica-Mortirolo, vennero avvistati dalle "Fiamme Verdi", che immediatamente lanciarono all'attacco la "brigata Lorenzetti" per impedire loro di investire il Passo di Guspessa.
Lo scontro obbligò i legionari ad arrestare il proprio movimento, e si ebbero i primi Caduti. Sotto la pressione avversaria, i plotoni si ritirarono in due baite per riordinarsi e rimontare l'attacco. Ma altre forze partigiane accorsero, avvolgendo completamente i legionari, i quali, usciti in sortita, furono costretti a ripiegare, bersagliati da ogni dove dai guerriglieri. Le perdite furono gravi e raggiunsero in Caduti il 45 per cento della forza impiegata; quasi tutti coloro che rientrarono a Corteno erano feriti.
Racconta il milite scelto Luigi Ferretti, della 1a Compagnia:
"Al ritorno da un'azione un ufficiale ci disse di non scendere dai mezzi perché dovevamo ripartire per una nuova azione. Protestammo tutti, eravamo stremati dalla fatica. Venne il capitano De Mattei, il nostro Comandante, il nostro idolo, e ci parlò:
"Ragazzi", disse "ho avuto ora notizia che un Plotone della 3a Compagnia è stato decimato sul Monte Padrio da un'imboscata dei ribelli. Pochi i superstiti, tra i quali un ufficiale ricoverato in ospedale perché ferito. Non posso biasimarvi se rifiutare, perché siete all'estremo delle possibilità umane, però faccio appello ai miei legionari della 1a Compagnia, che non è un numero d'ordine ma è formata da guerrieri scelti e temprati. Badate c'è il rischio di fare la stessa fine del Plotone della 3a perché sul Monte i ribelli sono numerosi".
"Timorosi al pensiero di avere offeso il nostro Comandante gli rispondemmo che eravamo tutti pronti a partire per "ramazzare" il Monte Padrio.
"Partimmo per Corteno, sede della 3> Compagnia e, durante la notte sul 24 febbraio, iniziammo la salita al Monte Padrio, giungendovi in vetta molte ore dopo. Una scena terrificante ci apparì, molti legionari morti erano sparsi un po' dappertutto e molti di essi erano stati ridotti in terribili condizioni. Dei partigiani nessuna traccia, più in basso nel mezzo di uno spazzo, due baite. Il sottotenente Fiorineschi diede l'ordine di attacco e ci lanciammo contro le due costruzioni, ma esse erano vuote. Sistemammo alla meglio in barelle improvvisate i corpi dei nostri cari Camerati morti e scendemmo a Corteno".
In concomitanza con l'attacco della 1a Compagnia, altri reparti saggiarono la consistenza dello schieramento dei guerriglieri con puntate a raggio limitato da Monno e da Mola.
A loro volta i partigiani, nella notre sul 26 febbraio, attaccarono senza esito la Caserma di Vezza d'Oglio con bazooka, e, nellagiornata, Corteno, ferendo un legionario.
Lo stesso giorno il Comando della Legione diramò un nuovo ordine di operazioni per la continuazione dell'attacco al Mortirolo. Nella mattinata successiva, piazzati i mortai nei trinceramenti del Monte Pagano, la Legione, con il concorso di reparti valtellinesi, attaccò le posizioni avversarie dalla Piana di Guspessa, da Mola e da Monno. Dalle ore 13 alle 19, le Compagnie portarono l'attacco conto le fortificazioni dove i ribelli si erano asserragliati, ma non riuscirono ad averne ragione. Al calar della notte l'attacco venne interrotto, ma il Comando della "Tagliamento" ordinò il blocco della zona.
Nel marzo la Legione riuscì a catturare la maggior parte degli aviolanci di rifornimento angloamericani, e la situazione delle bande sul Mortirolo parve divenire precaria per carenza di munizionamento. Ma non fu così.
Nella terza decade del mese, la 1a Compagnia eseguì un attacco contro postazioni periferiche sul Mortirolo, dopodiché venne spostata a San Giacomo di Teglio in Valtellina e poi al Castello di Teglio, in attesa di riprendere gli attacchi da quel versante.
1110 aprile 1945 ebbe inizio una nuova offensiva. Questa volta agli ordini del colonnello Zuccari erano anche un Gruppo di Combattimento di SS italiane ed un Battaglione di Mille e Fran false che avrebbero attaccato il Mortirolo dal versante valtellinese, unitamente alla 1> Compagnia. Sul versante bresciano lo schieramento della "Tagliamento" era appoggiato da una sezione pezzi da "105" germanica e da due Compagnie della V Brigata nera Alpina Mobile.
Alle ore 6,30 le artiglierie e i mortai iniziarono il fuoco, danneggiando la sede del Comando partigiano, posto nell'albergo del Mortirolo. Frattanto le truppe portarono avanti le basi di fuoco per sostenere l'attacco delle fanterie. A mezzogiorno venne iniziato il movimento dei fucilieri, che però non riuscirono a progredire al di là delle linee di sbarramento avversarie anche per la rapidità dei pendii, completamente scoperti e battuti dal tiro incrociato di un gran numero di armi nemiche. Nonostante il valore dei legionari non fu possibile giungere al contatto delle opere.
Gli attacchi si ripeterono nelle giornate dell'11 e 12 aprile, spostando l'asse degli sforzi da un settore all'altro per rendere difficile la condotta della difesa, ma rimasero senza esito.
1113 aprile entrarono in azione le sole artiglierie ed i mortai con concentramenti a percussione ed incendiari sulle posizioni tenute dai guerriglieri.
Il giorno 14 tutti i reparti della Legione furono chiamati in linea anche dai più lontani presidi e l'attacco fu ripetuto. Le Compagnie avanzate del dispositivo (1a e 3a), grazie ad una fitta nebbia, riuscirono, senza alcuna preparazione di artiglieria e mortai, a giungere a contatto con le fortificazioni avversarie. Da Cima Mortirolo, la 2a Compagnia avrebbe dovuto agevolarne il movimento ed alimentarne gli sforzi.
Al levar del sole, quando già i legionari erano in vista delle opere, il vento disperse la nebbia e tutti gli uomini rimasero allo scoperto visibilissimi. "Indietro non si torna", gridò il Comandante della 1a capitano De Mattei, e si lanciò all'assalto. "All'improvviso", narra un legionario "valanghe di piombo seminarono la morte, investendo in pieno gli uomini. Molti cadevano, ma altri avanzavano, anche loro cadevano, ma altri ancora avanzavano".
Da Cima Mortirolo, dove avrebbe dovuto trovarsi la 2a Compagnia, non venne alcun aiuto. Ostinatamente la 1a e 3a Compagnia continuarono l'assalto dissanguandosi. Il legionario De Angelis, imbracciato un "Breda 30", giunse sino alla feritoia di una fortificazione. Ferito, aprì il fuoco verso l'interno, ma una raffica lo abbatté al piedi del muro. Prima di spirare fu visto baciare il mitragliatore.
Fu necessario ordinare la ritirata.
11-15 aprile le armi tacquero sino a sera, quando i mortai dettero inizio a concentramenti di fuoco. Nei giorni successivi, e sino al 22 aprile, l'attività si limitò a scambi di colpi di artiglieria di mortai e, nella notte, alla caccia dei rifornimenti
aviolanciati.
Il giorno 22 il Battaglione SS |
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italiane, risalendo dal versante valtellinese, giunse a contatto con lo schieramento partigiano ma, questa volta, la nebbia impedì di proseguire il movimento.
Il 24 aprile la "Tagliamento" si apprestò all'ultimo sforzo. Tutte le Compagnie vennero schierate sulle basi di partenza. Il 25 il Comando diramò alle truppe un ordine del giorno di estrema laconicità "O il Mortirolo o la morte".
Alle ore zero del 26 aprile le artiglierie e i mortai dettero inizio ad un bombardamento di preparazione, che, salvo brevi pause, continuò sino all'alba, debolmente controbattuto dalle bocche da fuoco avversarie.
Le truppe si apprestavano ad avanzare, quando staffette, provenienti dal Comando della Legione, annunziarono che l'attacco era sospeso. Le artiglierie cessarono il fuoco e un pesante silenzio gravò sulla Vallata.
Ci si avvicinava alla fine delle ostilità.
Il 26 aprile Lionelli Levi, detto "Capitano Sandro", inviò al colonnello Zuccari il seguente ultimatum: "Avrete ascoltato anche voi, oggi alle ore 13, la radio di Milano liberata. A nome del Comitato di Liberazione Nazionale e del Comando Generale Alta Italia, vi intimiamo la immediata resa incondizionata. Solo un tale atto può salvare la vostra vita, quella dei vostri ufficiali e vostri legionari, a meno che non dobbiate essere sottoposti a procedimenti penali per reati. Vi avvertiamo che secondo gli ordini che ci sono stati impartiti dal generale Cadorna, Comandante generale del Corpo Volontari della Libertà, ogni militare del sedicente Governo Repubblicano Fascista che non si arrende alle formazioni dei patrioti sarà passato per le armi. Assumetevi la responsabilità di una risposta scritta in giornata. Il vostro silenzio sarà ritenuto, ad ogni modo, come rifiuto di aderire all'intimazione di resa".
A questa missiva il Comandante della Legione rispose il 27 aprile, tramite il parroco di
Mouno, nei seguenti termini: "La Valle Camonica è destinata ormai a diventare un campo di battaglia. Le truppe tedesche non si arrendono. Se le "Fiamme Verdi" non compiranno atti di ostilità contro la "Tagliamento", detta Unità non agirà contro le "Fiamme Verdi" stesse. Ad ogni azione di ostilità da parte delle "Fiamme Verdi" saranno i paesi della Valle a subire rappresaglia".
A tale ragionevole proposta, che avrebbe evitato ogni ulteriore spargimento di sangue, il Comando partigiano credette opportuno rispondere al colonnello Zuccari con la seguente lettera:
"Abbiamo ricevuto la sua risposta negativa alla nostra intimazione di resa. Intimazione fattale a nome del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia. Avevamo creduto di parlare da soldati italiani ad un soldato italiano, dal quale ci dividevano diversità di ideali e di concezioni politiche, ma al quale ci dovevano unire ancora i legami derivanti dall'aver tutti appartenuto ad uno stesso Esercito che un tempo aveva combattuto gli stessi nemici della nostra Patria. Ci siamo sbagliati. Lei, signor Merico Zuccari, non è più soldato e nemmeno un italiano, lei è un volgare e sanguinano capo al soldo dei nemici d'Italia. Cerchi pure di difendere i suoi padroni tedeschi, a minacciare e ad attuare rappresaglie contro le popolazioni innocenti. Nessun militare della "Tagliamento" sfuggirà alla punizione che lo attende. Vi diamo una sola parola, e siate ben sicuri che la manterremo: noi "Fiamme Verdi" della "Tito Speri" vi giustizieremo tutti. [Firmato] Il Comandante "Sandro"".
Ricevuto questo messaggio il Comando della Legione ordinò che i Reparti in colonna iniziassero la marcia verso il Passo del Tonale. Ricorda il milite scelto Luigi Ferretti: "La mattina del 26 aprile ci dissero di prepararci perché dovevamo tornare indietro. Alcuni legionari gridarono che non era giusto, molti ci avevano lasciato la pelle, perché i vili ribelli sul monte dovevano farla franca senza subire la giusta punizione?".
I Reparti della Legione si diressero verso il fondovalle, meno i superstiti delle Compagnie V e 34 che raggiunsero Teglio. Il Battaglione SS italiane raggiunse Tirano.
Da Edolo, dopo un giorno di sosta, la Legione giunse a
Monno.
Lì 29 aprile 1945 la "Tagliamento", unitamente ad aliquote della V Brigata nera Alpina Mobile e agli elementi dei Presidi della GNR Territoriale, iniziò il movimento da Monno lungo la Strada Statale n0 42 in direzione del Passo del Tonale. Dopo il passaggio della colonna, i guerriglieri bloccarono le colonne germaniche in movimento sullo stesso itinerario, determinandone la resa.
Rimase isolato il piccolo presidio di Corteno, i cui pochi uomini della 34 Compagnia, catturati dalle "Fiamme Verdi", furono sottoposti ad ogni forma di torture, al punto che circa un mese dopo il legionario Ambrosini giunse al campo di concentramento di Modena irriconoscibile per le sevizie subite. Rimasero pure isolati i Presidi più consistenti di
Lovere, Teglio e del Passo della Presolana. Con mezzi di trasporto scarsissimi e stracarichi di feriti, con pochi viveri e con il personale sfiancato dalla fatica, la Legione risalì verso il Passo del Tonale, dove si ebbe un ultimo scontro a fuoco con le "Fiamme Verdi" nella giornata del 2 maggio. Poi, raggiunto il versante tridentino, il movimento divenne più celere e senz'alcun contrasto.
Furono toccate le località di Vermiglio, Fucine, Mezzana,
Dimaro, Malè, Ponte Mostizzolo, Romeno. Il 5 maggio la Legione giunse a Revò.
Il CLN locale aveva già presi i poteri e nel paese circolavano partigiani
annati, che però non contrastarono in alcun modo i movimenti della colonna nell'abitato. Durante la sosta, esponenti del CLN presero contatto con il Comando della Legione e proposero la resa alle seguenti condizioni: assoluta incolumità del personale sul territorio locale; consegna delle armi e delle uniformi; tutti gli ufficiali dovevano restare come ostaggi mentre la truppa sarebbe stata messa in libertà.
Dopo un rapporto ufficiali venne convenuto di accettare le proposte del
CLN. Il colonnello Zuccari tenne l'ultimo discorso, terminando così: "Ragazzi, è stato un onore per noi avere avuto l'occasione di combattere al vostro fianco. Vi siete fatti onore. Ricordateci qualche volta. In bocca al lupo legionari!".
La sera del 5 maggio 1945 la legione venne disciolta. Solo un Plotone del Il Battaglione, non accettando la resa, lasciò il paese dirigendosi su Bolzano, in uniforme e armato di tutto punto. Gli ufficiali, restati a Revò, si consegnarono al
CLN. La truppa, versato l'armamento, si spogliò delle uniformi e venne fraternamente aiutata dalla popolazione locale, che fornì a tutti abiti civili e cibo.
L'indomani, a piccoli gruppi, i legionari della "Tagliamento" iniziarono il rientro alle rispettive residenze, frammischiandosi agli ex-intemati di ritorno dalla Germania. Molti giungendo alle loro case furono soppressi (i Piva e i Pigoni di Lagosanto in provincia di Ferrara); altri vennero catturati dai partigiani e dagli angloamericani ed inviati in campo di concentramento. Quasi tutte le catture avvennero a
Pescantina. I prigionieri furono inviati sia a Coltano che ad Afragola ed a Taranto. Gli ultimi legionari della "Tagliamento" uscirono dai reticolati durante la famosa rivolta del campo di concentramento di Taranto. Ed ecco ora la sorte dei tre presidi isolati che non riuscirono a ripiegare con la
Legione. |