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I MARTIRI DI LO VERE
Il plotone Guastatori del Il Battaglione, al comando del vice brigadiere Amerigo De Lupis, si arrese il 26 aprile 1945. Con i suoi uomini, il vice brigadiere De Lupis fu rinchiuso in un caseggiato presso la Parrocchia di Lovere, subendo maltrattamenti. Il 30 aprile 1945.
Giunto sul luogo della esecuzione, De Lupis si tenne vicino uno dei suoi legionari, il più giovane, di appena sedici anni. Il parroco dopo aver confessato i morituri credette di dover negare loro la Comunione perché non erano digiuni. De Lupis, la cui la fine imminente non aveva velato il ragionamento e la cultura religiosa, lo convinse a comunicarli perché lo doveva e lo poteva, poi riuscì ancora a scrivere un biglietto diretto ai genitori ed alla fidanzata: "Mamma, Papà, Zizì: vi lascio, fra poco verrò fucilato. Non mi piangete e state certi che morirò da forte come da forte ho vissuto. Ve lo giuro. A voi il mio ultimo pensiero. Salutatemi Pallino e baciatemelo. Baci, Baci, Baci. Vostro Amerito".
Poi l'esecuzione. Forse scientemente il legionario Giorgio Femminini ottenne di potersi unire in matrimonio con Laura Cordasco, sorella di un commilitone. I due promessi sposi, con il vice brigadiere De Lupis come testimone, furono avviati in chiesa, dove la cerimonia ebbe inizio, ma l'irruzione di un gruppo di partigiani la interruppe per trasformarla in fucilazione, cui il parroco non ebbe il coraggio e la dignità di opporsi.
Il comandante del Plotone precedette i suoi uomini sul luogo dell'esecuzione, cantando con loro gli inni della Legione. Attraversò così tutta Lovere, a testa alta "Sembrava il Labaro, soldato fatto Bandiera, col viso ridente e le strofe che gli salivano dal cuore in un impeto di forza", ricorda Padre Pio Cappuccino.
La raffica non fu mortale per il sergente De Lupis, che si rialzò dal mucchio sanguinante di camerati uccisi e gridò ai carnefici, grondante sangue, il suo supremo disprezzo: "Stupidi non sapete nemmeno sparare!". Poi si abbatté sotto altri colpi disordinati. Appena uccisi i legionari, i partigiani si recarono all'ospedale e prelevati i feriti De Vecchi e La Pera li annegarono nelle acque del lago. |
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TEGLIO
Sul Castello di Teglio, adibito a Caserma, ripiegarono dal Mortirolo elementi della 1) Compagnia, al comando del tenente Giuseppe
Mazzoni, di Fiume, comandante del Plotone mitraglieri. I partigiani locali attaccarono il Castello solo nella giornata del 28 aprile, quando ebbero certezza che nessuna colonna fosse più in movimento della zona, e intimarono la resa proponendo il seguente accordo: salva la vita e libertà di movimento agli uomini di truppa, ufficiali e sottufficiali in ostaggio.
Nel personale del Presidio si manifestarono due opposte tendenze, accettare le proposte dei partigiani o resistere loro sino all'arrivo in zona di reparti angloamericani.
Il tenente Mazzoni proponeva per la seconda soluzione.
Dopo lunghe discussioni venne convenuto di arrendersi alle condizioni proposte dal
CLN. Racconta un legionario: "Al momento della consegna delle armi il tenente Mazzoni si recò nella sua camera e, dopo aver lasciato uno scritto in cui diceva che vivere per lui era impossibile in un'Italia ormai in mano ai traditori, si esplose un colpo alla tempia. Così finì la sua gloriosa esistenza. Sebbene sempre un po' scontroso, era un giusto e un onesto; in battaglia un buon combattente. Tutti eravamo ammirati del suo coraggio, io scommettevo che nessuna pallottola avrebbe mai potuto colpirlo, le pallottole avevano tenore di lui".
I partigiani non mantennero i patti e trattennero, con gli ufficiali ed i soltufficiali anche i militì scelti Ottobrini e Zenco ed i Legionari Bulfoni e Clocchiatti che furono sottoposti a durissimo trattamento e più volte malmenati prima del loro avvio al campo di concentramento.
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