L'eccidio di Rovetta

ITALIA VOLONTARIA -settembre-dicembre - 1997 Lettera al PM militare, Dr Antonino Intelisano

L'eccidio di Rovetta Sig. Generale - o se lo preferisce, Sig Procuratore Militare Dr Antonino Intellisano, noi ci conosciamo da quando rivestivamo entrambi il grado di capitano nel Corpo della Giustizia Militare. Io, anche se non ho condiviso e non condivido i Suoi convincimenti sul caso Priebke, ho sempre avuto molta stima per Lei e, proprio per questo, le indirizzo questa lettera aperta. Il fatto che Lei abbia ritenuto processabile e condannabile un ufficiale inferiore (e, conseguentemente, esecutore di ordini) per azioni commesse cinquantatre anni or sono, cosi come - facendoLe eco - si svegliato il P.M. militare di Torino riesumando i fatti della "Benedicta", mi induce a credere che Loro, Pubblici Ministeri militari, ritengano imprescrittibile, inamnistiabile e, soprattutto, elasticizzabile (nel senso di potere retroattivare, a mò di elastico, norme penali sopravvenute) qualsiasi comportamento contrario, diciamo così, al diritto delle genti, anche se risalenti a mezzo secolo addietro. Quale conseguenza alla deduzione che precede, mi sembra doveroso denunciare a Lei (che a Sua volta, potrà eventualmente girare la denuncia al giudice ritenuto competente per territorio) l'eccidio di 43 militari della RSI (giovani dai 15 ai 18 anni) perpetrato a Rovetta, in provincia di Bergamo, a guerra ormai terminata. Esattamente il 28 aprile 1945.
Il sig. Carlo Banci, padre di uno di loro, colonnello dei granatieri, tornato, sessantaduenne, dopo cinque anni di prigionia in India, scrisse una lettera ad Alcide De Gasperi il 26/9/1946, denunciando l'uccisione di suo figlio (di anni 15 e mesi 4) che, come tutti gli altri si era arreso al Maggiore Giuseppe Pacifico. Quest'ultimo, purtroppo, sì dovette allontanare per ragioni di servizio, cosicché un comandante partigiano, in sua assenza, fece prelevare i prigionieri ordinandone l'eliminazione. Il parroco di Rovetta, Don Giuseppe Bravi, in una lettera del 12/8/1946, scrisse che la responsabilità materiale dell'eccidio doveva farsi risalire ad un capo partigiano chiamato Fulmine, originario di Costa Volpine, piccolo paese vicino a Lovere (... che ora, scrive il sacerdote, è ricercato dalla polizia come delinquente comune...).
L'ordine di esecuzione, sempre secondo Don Bravi, venne dal Comando della Brigata garibaldina "13 martiri di Lovere" o da quello della "G. Camozzi", brigata socialista o del partito d'azione.

Sempre secondo la narrazione del sacerdote, il giovane Banci (ripeto 15 anni e 4 mesi) supplicò il comandante partigiano, mostrandogli la fotografia del padre, con queste parole: "Sono figlio unico, mio papà è prigioniero in India e non mi vede da quando avevo sette anni: lasciatemi vivere...".
Dottor Intelisano, io posso collaborare con Lei elencandoLe, qui in calce, le generalità complete delle vittime. Ritrovare i nomi degli assassini dovrebbe essere compito Suo. Nell'attesa di conoscere l'esito di questa mia riesumazione storica,
mi per-metto di salutarLa cordialmente, con i migliori e 

veramente sinceri auguri per il 1998.

Antonio Surfaro

 

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