Quei tragici giorni dopo la "liberazione"

A proposito de: "I caduti non sono tutti uguali..." lettera pubblicata sul Giornale di Brescia del 7/11/99, vorrei ricordare un fatto accaduto tanto tempo fa e non tutti lo ricordano, anzi gran parte dei giovani non ne hanno mai sentito parlare, per la semplice ragione, chi sapeva, per paura-vergogna, non voleva ricordare. Lovere, 7 giugno 1945; finale di una cena tra partigiani in una trattoria si chiesero se in paese esistevano ancora "Quelli della Repubblica" (parole loro). Poi si ricordano, in ospedale erano ricoverati due militi della "Tagliamento", feriti gravi, uno, Emilio Le Pera di anni 22, con fratture bilaterali dei femori e alle gambe, con retenzione di schegge, si trovava in trazione con continue somministrazioni di morfina; l'altro, Francesco De Vecchi di anni 20, con ferite multiple tra-passanti e con continue emorragie, sopraggiunta un'infezione, era gravissimo, ma la forte fibra del giovane resisteva.
Ai primi giorni di giugno nei due ragazzi si nota un miglioramento, malgrado il subire continui maltrattamenti da parte di alcuni partigiani che andavano a trovare un loro amico, Giuseppe T, ricoverato con una gamba rotta. Ricorda una testimone: "Tutti i giorni i partigiani venivano a trovare Beppe, un loro compagno, erano sempre insulti e percosse per i due legionari feriti".
Da un rapporto fatto dai carabinieri di Lovere il 4/4/57 il dottor Tullio Corazzina, medico dell'ospedale dichiara: "Ricoverati per numerose fratture gravi, i due furono durante la loro degenza, soggetti di ripetute angherie e continue minacce"
Dicevamo, finita la cena, la notte tra il sette e l'otto giugno 1945 i partigiani irrompono nell'ospedale e... lascio la parola a un testimone:
"... sulla gradinata dell'ospedale vedo un partigiano piccoletto con il mitra, seguito da un altro molto alto di statura, sulle spalle portava Francesco, il ferito urlava aiutatemi, dietro seguiva un altro partigiano robusto, sulle spalle portava Emilio svenuto, chiudeva il gruppo un quarto partigiano non molto alto, armato, tutti a viso scoperto".
Una signora (la madre di Francesco) cerca di fermarli dicendo: "Lasciateli stare, sono feriti, stanno male", ma il piccoletto, il primo del gruppo solleva la maglia e mostrando un a cicatrice di una ferita al ventre urla: "Anche io sono stato ferito, adesso li portiamo a processare
A questo punto la signora sviene.
Riprendiamo la deposizione del dottore Corazzina: "...prelevano dal loro letto i due feriti sanguinanti e, sordi alle implorazioni di una madre, li trascinano in riva al lago e, dopo averli seviziati, li gettano nelle acque del lago"
Giornale di Brescia del 7/1 1/99 "Gli uni hanno favorito la vittoria della libertà, gli altri no".
Quanto scritto è uno dei tanti terribili episodi di quei giorni. Giorni tragici, conseguenze di scelte fatte, a tal proposito scrive il giornalista Giampaolo Pansa: "...se avessi avuto l'età giusta avrei fatto il partigiano o il fascista repubblicano.., proprio cosi, avrei potuto dirigermi da una o dall'altra parte. E forse sarebbe bastato un niente a decidere la mia sorte:
l'esempio di un amico, l'incontro con un professore, un libro letto al momento giusto".
Quando si sente parlare di "Resistenza" si pensa subito alla "lotta partigiana" iniziata dopo il tredici ottobre 1943, dopo la dichiarazione di guerra alla Germania del governo italiano, riconosciuto al sud dagli Alleati e da questi rifornito di quanto occorreva per costituire un nuovo esercito e continuare la guerra contro i tedeschi diventati "invasori".
Ma quando si parla di Resistenza non si può fare a meno di pensare alla guerra civile, alle stragi feroci o le sofferenze patite, fascisti da una parte, partigiani dall'altra, fratelli contro fratelli, italiani contro italiani, potrà sembrare un assurdità, ma la storia di Caino e Abele si è ripetuta.
Dopo cinquantadue anni, sta agli uomini che furono su posizioni opposte e che combatterono per difendere le loro idee per amore dell'Italia, ritrovare il rispetto tra di loro e disprezzare i mestatori e gli avventurieri, i Caino che commisero crimini ed infamie di ogni genere, con la speranza che simili sciagure non debbano più succedere nel ricordo dei Caduti.
Ricordando la Guerra Civile, il cappellano militare fra Ginepro lasciò scritto:
"I plotoni fucilavano in nome della giustizia, i giovani morivano in nome della Patria, i preti assolvevano in nome di Dio. Tutti convinti di fare il proprio dovere".

Giuliano Fiorani - Lovere

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